26 settembre 2016

Ex Human Power: Prosegue il sit-in permanente, di giorno e di notte, davanti all'azienda

Non ci sono buone notizie per i lavoratori del call center ex Human Power di Taranto, che sono in sit-in permanente, di giorno e di notte, davanti all'azienda. "Licenziati senza passare dalle procedure previste per legge, da un'azienda che aveva annunciato di chiudere il call center, per un'attività che invece non è mai smessa", denuncia oggi Giovanni D'Arcangelo, segretario generale della Filcams Cgil di Taranto. La sede è stata rilevata dal call center "Planet Group", riconducibile al gruppo Phonemedia, che secondo il sindacato avrebbe dovuto garantire la continuità occupazionale ai lavoratori impiegati nel call center precedente. E invece i 30 assunti a tempo indeterminato sono stati licenziati.
Di seguito un comunicato del sindacato Filcams-Cgil di Taranto:
La lotta paga, sempre. Il presidio dei lavoratori ex Human Power ha portato ad un primo risultato: un importante cliente dell’azienda, Mediaset, ha chiesto di essere presente all’incontro in Prefettura. La riunione, per questo, è stata rimandata al giorno 7 ottobre p.v..
Questa mattina c’è stata la conferenza stampa di Filcams Cgil e Slc Cgil, le due categorie che seguono la vicenda e rappresentano i lavoratori. Il sindacato cerca ancora il dialogo, nonostante le violazioni dell’azienda che nelle lettere di licenziamento individuale ha annunciato la cessazione delle attività, cosa che non è ancora avvenuta. Circa duecento persone, tra lavoratori a progetto e dipendenti con contratto a tempo determinato, risultano attualmente operativi. Anche questa mattina, nonostante fosse in corso il sit-in di protesta, nel call center continuava un andirivieni di aspiranti lavoratori a progetto convocati per nuovi colloqui.
Dialogo sì, ma non a prescindere, come conferma Mauro Palmatè, componente di segreteria della Filcams Cgil di Taranto: “Siamo disponibili ad ascoltare, a condizione che l’azienda revochi immediatamente tutti i licenziamenti, nel frattempo siamo pronti a procedere con ogni tipo di iniziativa per difendere i diritti di quei lavoratori che sono stati lasciati a casa”. “Andiamo avanti”, dichiara Andrea Lumino, segretario generale della SLC Cgil di Taranto.

Attendiamo anche l’evolversi della possibile ispezione come annunciato dall’onorevole Ludovico Vico, ma nel frattempo continuiamo l’azione di protesta davanti all’azienda. Una vicenda grave, che va chiarita, i cui toni sono ancora più scuri a causa del contesto in cui si inserisce: a Taranto ogni licenziamento, ogni lavoratore lasciato per strada aggrava le condizioni di un territorio già allo stremo.

Almaviva: Comunicato unitario incontro 22.09.2016

Nel pomeriggio di giovedì 22 u.s. si è svolto presso il Ministero dello Sviluppo Economico l'incontro mensile di monitoraggio dell'accordo di Almaviva, alla presenza del Vice Ministro Teresa Bellanova, dell'azienda, delle OO.SS. e delle RSU, dei rappresentanti delle Istituzioni locali.
L'azienda ha esposto l'andamento economico, paragonando i dati attuali a quelli forniti nell'incontro precedente e dichiarando un ulteriore progressivo peggioramento in particolare sui siti di Roma, Napoli e Palermo.
L'azienda ha poi proseguito con un report sull'andamento delle singole commesse e sulla situazione delle gare aperte, soffermandosi sulla situazione di Enel a Palermo, sulla quale ha dichiarato l'intenzione di avviare il phase out e di spostare il personale da Palermo ad altri siti entro novembre, a meno che non emerga la disponibilità di altre aziende di applicare la clausola sociale per quei lavoratori. A questo proposito, sia l'azienda che le OO.SS. hanno invitato il Ministero dello Sviluppo a sollecitare Enel affinché invii le comunicazioni necessarie all'avvio della procedura per la clausola sociale. L'azienda ha inoltre sottolineato che l'INPS non ha ancora provveduto a erogare la maggior parte dell'integrazione alla solidarietà già anticipata, contribuendo così al peggioramento del bilancio.
Per quanto riguarda la formazione, l'azienda ha dichiarato di aver inviato alle Regioni Lazio, Campania e Sicilia le proposte di piano formativo e di essere in attesa di riscontro. Partendo dall'analisi di alcuni dati sull'attività di call center in Albania, l'azienda ha poi sollecitato il Ministero sugli emendamenti all'art. 24bis attualmente al vaglio dei Parlamento.
Infine, l'azienda ha insistentemente sollecitato le OO.SS. ad aprire un tavolo per un accordo sul controllo sulle performance individuali, cosi come previsto nell’accordo dello scorso Maggio adducendo come principale motivo la necessità di avere un vantaggio competitivo rispetto alle altre aziende del settore. Il management ha ribadito che per Almaviva questo punto è determinante per la tenuta complessiva dell'accordo sottoscritto il 31 maggio e per questo, laddove non si addivenisse all'accordo sul controllo individuale, procederebbe a riaprire le procedure.
Le OO.SS. hanno ribadito che non è loro intenzione affrontare in sede aziendale il tema del controllo individuale, perché il vantaggio competitivo verrebbe vanificato in tempi brevissimi in quanto le altre aziende del settore chiederebbero un accordo identico. Proprio per questo motivo le OO.SS. si sono confrontate con ASSTEL con l'intento di definire un accordo quadro per il settore, confronto che si è concluso con un nulla di fatto a causa della differenza di interpretazione delle norme sul controllo a distanza e della normativa sulla privacy. Le OO.SS., sia in sede ASSTEL che nell'incontro di ieri, hanno ribadito la loro disponibilità a trattare l'argomento a valle di un preventivo chiarimento normativo. Infine, le OO.SS. hanno ricordato all'azienda quanto sia poco credibile la posizione secondo la quale questo accordo sul controllo a distanza sia l'elemento distintivo che può modificare radicalmente il destino di Almaviva, soprattutto considerando il quadro puntualmente esposto dall'azienda sulle commesse in essere, sulle gare aperte e sui criteri di assegnazione ancora legati in modo eccessivo all'offerta economica, sulle delocalizzazioni e sullo stato del settore in generale.
Tale situazione è stata poi drasticamente rivoluzionata da un atto unilaterale dell’azienda inappropriato, inopportuno ed oseremmo aggiungere non degno di una azienda normale.
Infatti nella tarda serata dello scorso Venerdì ci viene formalizzato in primis l’esubero strutturale di 397 persone di cui 11 staff, ed il conseguente trasferimento di una prima tranche di 150 addetti/operatori call center, 3 Team Leader, 1 Business Manager dalla attuale sede di Palermo alla sede di Rende appartenenti alla commesse Enel.
Riteniamo del tutto arbitrario tale atteggiamento, che interpretiamo come un vero sgarbo non solo alle OO.SS. ed alle RSU di Almaviva a tutti i livelli, ma anche alle stesse Istituzioni a cominciare dal Ministero dello Sviluppo Economico, ma ancor più ai tutti i lavoratori di Almaviva, che da anni vivono una situazione di disagio e precarietà divenuta ormai cronica.
Respingiamo al mittente l’accusa di non rispettare gli accordi sottoscritti, perché ci vorremmo sottrarre a quello sul controllo individuale, al contrario ribaltiamo tale parere in quanto i lavoratori che operano nella commessa Enel di Palermo sono già stati oggetto di confronto e inseriti tra i vari esuberi di Almaviva nell’accordo dello scorso Maggio, oltre che di verifiche continue anche nelle sedi istituzionali per la ricerca di una soluzione condivisa e non traumatica.
Invitiamo pertanto l’azienda a sospendere qualsiasi atto unilaterale ed a ripristinare al più presto un iter relazionale che porti ad un confronto serrato con il Governo e l’Enel Almaviva e le OO.SS. per ricercare un accordo che scongiuri i trasferimenti.
Invitiamo le strutture ed in particolare Palermo al confronto con i lavoratori utilizzando tutte le possibili iniziative di contrasto a salvaguardia dei trasferimenti e dell’occupazione di tutti i lavoratori di Almaviva.
Roma, 26 settembre 2016
LE SEGRETERIE NAZIONALI
SLC-CGIL FISTEL-CISL UILCOM-UIL

Comunicato: Ecare del 26 settembre 2016

ECARE:LAVORATORI SALVATI…MA DA COSA?!?

La “soluzione” trovata al ministero del Lavoro per la procedura di licenziamento aperta da Ecare è ingiusta e non fa l’interesse dei lavoratori. E’ sbagliata perché parte da un presupposto del tutto infondato: Ecare non ha problemi di esuberi legati ai volumi.
Ecare ha problemi di conti economici legati a vicende aziendali note da tempo (oggetto di ripetuti interventi negli anni condivisi unitariamente dal sindacato) e problemi legati alle dinamiche del mercato, alle politiche di forte contrazione dei costi delle commesse (politica alla quale Ecare ha partecipato per la sua quota parte, basta vedere l’offerta fatta dall’azienda per aggiudicarsi la gara Poste ad un prezzo che molto difficilmente copre il costo del lavoro).
Ecare, fortunatamente, ad oggi non ha problemi di volumi. E questo è un fatto palese a tutti i lavoratori dell’azienda.
Perché stiamo parlando di una realtà che ha più di 300 persone in staff leasing, impegnati sulle commesse in cosiddetto esubero, assunti dalle agenzie di somministrazione con gli sgravi massimi previsti dalla legge di stabilità del 2015, sgravi grazie ai quali Ecare ha preso la commessa poste ad un prezzo decisamente al di sotto del costo del lavoro!
Perché è un’azienda che, nelle varie sedi, conta ancora un forte ricorso al lavoro supplementare, anche su commesse impattate dalla procedura di licenziamento e, a quanto ci è dato sapere, sta procedendo in questi giorni al consolidamento orario di alcuni contratti part time.
Perche è un’azienda che, in piena procedura di licenziamento collettivo, davanti al ritiro di 147 lavoratori in staff leasing da parte di una delle agenzie fornitrici (per vicende sulle quali non vogliamo entrare), ha proceduto ad effettuare contratti mensili a tempo determinato a parte di queste persone e sta procedendo a favorire la cessione individuale di questi contratti verso un’altra agenzia, con buona pace dell’art. 32 del decreto 81, che vieta espressamente di inserire lavoratori in regime di somministrazione in realtà dove vigono accordi di riduzione oraria per ammortizzatore sociale, e degli esuberi certificati.
E’ incomprensibile quindi che si sia arrivati a penalizzare delle sedi piuttosto di altre dove, non occorre essere dei maghi, nelle prossime settimane continueranno le assunzioni con le tipologie contrattuali più varie a partire dal reinserimento prossimo dei lavoratori in staff leasing ritirati dal fornitore ad agosto.
Purtroppo a noi rimane molto forte l’impressione che questa vicenda sia un pasticcio fortemente legato all’altro pasticcio della commessa Poste oggetto della vertenza Gepin Contact. Una commessa vinta da Ecare fortemente sotto costo, difficilmente sostenibile e, allo stato attuale, in piena confusione di assegnazione visti gli esiti incerti delle varie impugnative. Non vorremmo che qualcuno in Ecare debba farsi carico di scelte aziendali sbagliate e di storture del mercato, di cui i lavoratori sono solo le vittime.
Storture che ormai non ha più molto senso continuare a favorire, anche involontariamente, con accordi che finiscono per alimentare la rincorsa a ribasso del settore senza creare occupazione stabile.
Come SLC-CGIL abbiamo sostenuto fin dall’inizio di questa vicenda triste che, dovendo rispondere ad un problema di conto economico e di costi (alcuni dei quali aggravati dalle scelte aziendali di partecipare a gare al massimo ribasso!) l’unica strada sostenibile poteva passare per un coinvolgimento di tutto il perimetro dell’azienda che non identificasse nessuna sede come “problematica” e incidesse il meno possibile sui lavoratori senza legittimare esuberi che i fatti dimostrano non essere il problema di Ecare.
Purtroppo si continua nella strada sbagliata di far pagare tutti i conti di un mercato folle ai soli lavoratori (in questo caso ad alcuni in particolare).
Tutto questo mentre il settore dei call center sta nuovamente entrando in una fase di crisi acuta (Almaviva, QE’ a Catania…di nuovo migliaia di lavoratori nuovamente in bilico se non nel baratro) e qualcuno sta provando ad ammazzare le clausole sociali, l’unica vera speranza per il settore.
Prendiamo atto con rammarico che il tavolo ha deciso di intraprendere altre strade che non ci vedono favorevoli e delle quali valuteremo con rigore la tenuta giuridica. Per entrare nel merito: siamo di fronte ad un accordo che non prevede uno straccio di impegno sul futuro dell’azienda, con un passaggio surreale sull’impegno dell’azienda a presentare un piano industriale… quando ci sarà (del resto anche il maresciallo De La Palice prima di morire era vivo!). Per non parlare della sbandierata fusione con la controllante Olisistem, presentata dai responsabili aziendali ai primi di luglio come operazione prossima in caso di accordo sulla Cassa Integrazione (dovrebbe essere la carta che rassicura i lavoratori di Ecare sulle buone intenzioni dei nuovi soci di maggioranza) e venerdì derubricata nel silenzio generale, sempre dai responsabili aziendali, come cosa che si farà…al raggiungimento del pareggio di bilancio di Ecare!! Così come l’impegno sui volumi è almeno aleatorio. Per come è scritto l’accordo a latere, di fatto, si cristallizza la situazione delle commesse con un impegno a non spostarne i volumi oggi presenti dalle sedi impattate dalla cassa ( e vorremmo anche vedere il contrario… che si spostassero volumi dalle sede in cassa verso le altre) con un generico auspicio di portare eventuali attività nuove ( quindi, di fatto, se commesse oggi presenti su siti non impattati dovessero continuare a crescere non sta scritto da nessuna parte che sarebbero prese in considerazione per saturare i siti in Cassa a discapito del quasi certo ulteriore ricorso a lavoro flessibile e precario che già si annuncia in alcune sedi aziendali) . Come dire: oggi certifico una precisa quantità di esuberi che si è deciso arbitrariamente dove dovessero insistere, come ne esco si vedrà. Per non parlare delle percentuali di cassa e delle modalità di applicazione. Così come è scritto l’accordo la percentuale massima sembra riferita al bacino di riferimento e non al singolo lavoratore e non si fa accenno alcuno alle modalità di programmazione dell’ammortizzatore.
La verifica di tutto questo sarà demandata ad un gruppo di lavoro nominato…dall’azienda! I firmatari, ai “vari livelli” (!) potranno richiedere degli incontri di approfondimento (la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire…che il sindacato, a prescindere dai livelli, possa chiedere degli incontri non lo deve concedere la dirigenza di Ecare. Abitualmente si prova invece a costruire commissioni di controllo e verifica congiunta in ogni sede che mese per mese provi a correggere eventuali storture. 
Evidentemente non è stata ritenuta una cosa utile in questo caso)
Probabilmente i lavoratori di Ecare avevano immaginato prospettive ben diverse con l’arrivo dei nuovi azionisti. Noi pensiamo che non si possa continuare a lasciare che la minaccia dei licenziamenti possa continuare ad essere brandita come una clava nei confronti dei lavoratori senza costruire alternative che andrebbero poi anche difese con convinzione.
L’accordo firmato venerdì è esattamente quello presentato dall’azienda alle RSU aziendali prima di iniziare il confronto al Ministero del Lavoro, verrebbe quasi da chiedersi se abbia senso fare incontri dall’esito abbastanza scontato.
Dopo anni di sacrifici fortissimi, nei quali le lavoratrici ed i lavoratori dei call center hanno pagato prezzi altissimi, occorre piuttosto ricostruire una mobilitazione credibile e respingere i ricatti occupazionali più volgari che hanno come unico effetto quello di conservare una situazione insostenibile che ogni giorno che passa spinge sempre di più migliaia dei lavoratori dei call center in un angolo cieco in nome della conservazione di un posto di lavoro che diventa ogni mese più povero e meno sicuro.
Roma, 26 settembre 2016

La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL

23 settembre 2016

I lavoratori del call center Qè di Paternò in piazza a Catania

Da: lasiciliaweb.it
Sono seicento i lavoratori che rischiano di entrare nel tunnel della precarietà sociale ed economica con un conseguente impoverimento del nostro territorio. Per Davide Foti, segretario generale Slc Cgil e Antonio D'Amico, segretario generale Fistel Cisl, "è una giornata di protesta delle lavoratrici e dei lavoratori del call center per sollecitare le istituzioni locali, regionali e nazionali a una seria e netta presa di posizione".

"È infatti necessario che si arrivi all'apertura di un 'tavolo di crisi' al Ministero dello Sviluppo Economico - hanno continuato -. Invitiamo tutti i parlamentari nazionali e regionali, sindaci delle provincie catanesi e il sindaco della città metropolitana di Catania, a dare un segnale di vicinanza e solidarietà non solo partecipando alla manifestazione, ma anche impegnandosi in prima linea con atti concreti che portino soluzioni di continuità occupazionale".

"In una terra come la nostra non possono scomparire 600 posti di lavoro in silenzio. Potrebbero scomparire​,​ nel silenzio dei grandi media e della politica che conta​,​ solo se vi fosse una ​buona alternativa​ per garantire i livelli occupazionali ai lavoratori​", ha dichiarato il sindaco di Belpasso, Carlo Caputo, che sta partecipando in veste istituzionale alla manifestazione.

"Non è tollerabile che nella mente di alcuni questa nostra Sicilia sia solo una terra di consumo, dove venire a prendere quel che serve per poi lasciare un vuoto. Questi posti di lavoro hanno un valore molto più alto che nel resto d'Italia, vista la difficile situazione economica che vive il Sud. ​Dobbiamo affrontare il caso Qè cercando imprenditori disponibili a dare continuità all'attività aziendale. Ma dobbiamo anche pensare al futuro creando, ciascuno per le proprie competenze, meccanismi di stabilità che evitino il ripetersi di situazioni analoghe".

Caputo aveva già espresso nei giorni scorsi, come testimonial della campagna virale #IOSONOQÈ, ​la massima solidarietà​ ai lavoratori​, assicurando ​ogni possibile collaborazione per salvaguardare l'occupazione di quanti rischiano di uscire dal mercato del lavoro in seguito al fallimento della società, indebitata per circa 6,5 mln euro. 

NOTA A MARGINE:
Nella foto il Segretario Generale della Slc Cgil Catania Davide Foti 

Call Center.: Siamo noi i ragazzi del Qe' Manifestazione 23 settembre 2016


Siamo noi i ragazzi del Qe'
"Siamo noi che siamo stati privati del nostro amato lavoro. Il nostro è un sentimento di rabbia perché abbiamo subito un'ingiustizia. Un furto.
Le istituzioni locali e nazionali non possono permettere tutto questo.Noi non vogliamo un miracolo, vogliamo restituito ciò che ci appartiene: il nostro lavoro."
#SIAMOTUTTIQE'
"Fermezza, determinazione e coraggio: il lavoro non è una merce anonima, ma porta il nome di una persona, porta tutti i nostri nomi....noi i ragazzi del qè. Abbiamo diritto a non essere privati della nostra dignità, del nostro lavoro e noi lo grideremo a tutti a testa alta."
Perché combattendo si può anche perdere ma chi non lo fa ha già perso!


Viisiant: Lettera informativa su privacy consegnata ai lavoratori in data 22.9.16

Oggetto: Vostra lettera informativa su privacy consegnata ai lavoratori in data 22.9.16

Avendo appreso da Vs comunicazione che la lettera consegnata in oggetto tratta unicamenete il consenso alla privacy come da legislazione vigente, non possiamo non notare che impropriamente nella stessa informativa sono stati inseriti punti inerenti al controllo della produttività individuale per mezzo di sistemi informatici presso questa azienda utilizzati.
Fermo restando che è necessario alla Vs società accedere e trattare i dati sensibili dei lavoratori in forza presso la vs azienda, improprio ci pare l'inserimento del punto B nella Natura dei dati trattati, riferendosi a dati di produttività, l'assunzione dei quali non necessita nè ai fini previdenziali, ne' a quelli contributivi, e senza i quali sarebbe comunque possibile accettare l'informativa.
Utile il tentativo al punto B de Finalità del trattamento, dove si specifica che i dati di cui sopra non verranno utilizzati ai fini disciplinari, ma cio' non toglie che fraudolento ci appare l'inserimento nell'informativa sulla privacy l'informativa sul trattamento dei dati individuali di produttività, essendo questo ben regolamentato dall'art 23 del job's act.
Inoltre impropri ci sembrano il modo e i tempi in cui avete sottoposto tale informativa ai Vs lavoratori, durante l'attività lavorativa, in linea con il cliente, chiedendo di firmare la suddetta informativa senza dare la possibilità agli interessati di poter leggere il documento prima di apporre la propria firma.
In conclusione, Vi diffidiamo dal procedere con l'utilizzo del documento oggi diffuso tra i lavoratori perchè inteso promiscuo e fraudolento, e a restituire a coloro i quali in buona fede hanno firmato, copia annullata dello stesso, trattandosi di un diretto e indiretto controllo dei dati di produttività attraverso l'autorizzazione del trattamento dei dati sensibili e personali.
Si invita l'azienda a procedere con la redazione di un nuovo documento che tratti unicamente le informazioni dichiarate nell'oggetto fatta esclusione del riferimento al trattamento dei dati di produttività    individuale.
In attesa di evoluzione si invitano i lavoratori a non procedere ulteriormente alla firma del documento.
Catania 22/09/2016
La Segreteria Provinciale e

le RSU SLC CGIL

22 settembre 2016

ON. ALBANELLA SU VERTENZA QE'

Insieme al collega Burtone abbiamo presentato due interrogazioni, che stiamo sollecitando, sulla situazione drammatica dei lavoratori del dall center Qe' di Paterno'. Nel contempo stiamo lavorando per l'urgente convocazione di un tavolo di concertazione, con la partecipazione di tutti i soggetti sociali ed istituzionali interessati, affinché vengano salvaguardati i livelli occupazionali esistenti. Sotto il testo della mia interrogazione.
INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE
Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali – per sapere, premesso che:
in un territorio già segnato da una profonda crisi economica ed occupazionale quale quello della provincia di Catania, sulla città di Paternò si è abbattuta la notizia del possibile licenziamento di ben 585 posti di lavoro della società di Call center Qè, che gestisce commesse statali inbound come Enel ed INPS, quest'ultima attraverso subappalto con Transcom Worl Wide Spa competitor nazionale, e commesse come Wind e Sky outbound;
il drammatico epilogo di una fallimentare gestione che, a seguito delle forti pressioni sindacali, è stata certificata nel giugno scorso con l’approvazione del bilancio consuntivo dal quale emerge un debito di circa 6,5 milioni di debito dei quali, secondo le stesse dichiarazioni dell’amministratore unico, la maggior parte deriverebbe dal mancato pagamento dell’IVA, con conseguente attestazione di evasione fiscale;
nell’aprile 2015 è iniziata la cassa integrazione e un anno dopo il licenziamento per duecento lavoratori a progetto. Nello scorso mese di maggio i contratti di solidarietà che hanno evitato i 90 esuberi richiesti dall’azienda, ma dal medesimo mese vengono pagati gli stipendi e non si ricevono nemmeno i contributi Inps;
nel corso dell’incontro recentemente tenutosi presso la Prefettura di Catania per il salvataggio dell’impresa di Paternò, le societàj Gpi e Transcom, che avevano manifestato l’interesse ad acquistare il call center, hanno fatto un passo indietro e sembra allontanarsi anche l’ipotesi di affitto di parte dell’azienda, l’unica prospettiva di continuità lavorativa sembrerebbe riguardare solo i 90 lavoratori impegnati nelle commesse Wind ed Enel, per i quali potrebbe profilarsi un subentro;
appare di tutta evidenza la necessità di una gestione di tale crisi aziendale che vada oltre la dimensione locale e che metta in campo ogni iniziativa utile per scongiurare un esito occupazionale tanto pesante in una Regione che già sconta tassi di disoccupazione drammatici -:
quali iniziative intendano assumere al fine di convocare un tavolo di concertazione, con la partecipazione di tutti i soggetti sociali ed istituzionali interessati, affinché vengano salvaguardati i livelli occupazionali esistenti nel settore dei call center nella città di Paternò.
On. LUISA ALBANELLA


19 settembre 2016

COMUNICATO AI LAVORATORI E-CARE

Giovedì 15 settembre si è svolto presso il Ministero del Lavoro l'incontro tra le OO.SS., le RSU e l'azienda per la procedura di licenziamento dei dipendenti di E-Care. L'azienda, dopo una lunga trattativa, ha proposto alle parti sociali una soluzione perfino peggiore di quella che aveva già anticipato alle RSU delle singole sedi nelle call conference svolte nei giorni precedenti l'incontro: cassa integrazione al 60% su tutte le sedi per il personale di staff, al 20% su tutte le sedi per i team leader e al 20% per gli operatori dei siti di Milano, Roma e L'Aquila, della durata di un anno.
La SLC CGIL ha ribadito, come già fatto durante tutta la precedente fase sindacale di esperimento della procedura, che gli esuberi dichiarati da E-Care non trovano riscontro nella realtà quotidiana dell'azienda.
Le ferie e le ore di ROL non concesse, lo spostamento di alcuni lavoratori da commesse remunerative ad altre dichiarate in calo, l'aumento del profilo orario ad alcuni lavoratori in siti impattati, il massiccio uso di contratti di somministrazione, le assunzioni fatte nell’arco dell’ultimo anno sono elementi che confermano la mancanza del calo di lavoro dichiarato dall’azienda.
Riteniamo che E-Care - così come molte altre aziende del settore - stia attraversando un problema di costi, che non va sottovalutato ma che non può essere fatto ricadere esclusivamente sui lavoratori, né tantomeno può servire a legittimare la perimetrazione di esuberi.
Per questo motivo la SLC CGIL ha espresso un giudizio negativo sull’ipotesi di cassa integrazione come proposta dall’azienda, dichiarandosi disponibile a sottoscrivere un accordo esclusivamente se coinvolgerà tutte le sedi, con un consistente abbassamento del sacrificio richiesto alle lavoratrici e ai lavoratori.
La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL

Roma, 19 settembre 2016

Richiesta incontro vertenza Qe' Call Center indirizzata al Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta


Al Presidente della Regione Sicilia
Dott. Rosario Crocetta

Oggetto: Richiesta Incontro vertenza Qè Call Center Catania

Le scriventi OO.SS. Con la presente richiedono un incontro urgente sulla delicata vertenza che impatta circa 600 lavoratori del call center Qè di Paternò.
Il Call center Qè gestisce commesse statali inbound come Enel ed INPS, quest'ultima attraverso subappalto con Transcom Worl Wide Spa competitor nazionale, e commesse come Wind e Sky outbound.
A Giugno 2016, per le forte richieste sindacali, l'azienda approva un bilancio consuntivo con un debito di circa 6,5 milioni di euro che a detta dell'amministratore unico la maggior parte di questo deriva dal mancato pagamento dell'iva con conseguente attestazione di evasione fiscale.
Le OO.SS. Congiuntamente al Sindaco di Paternò hanno ottenuto un tavolo presso la Prefettura di Catania per ricercare soluzioni condivise di continuità occupazionale e con l'obiettivo inoltre di ricercare attraverso imprenditori locali e aziende nazionali un probabile affitto di azienda. Purtroppo questo tavolo tecnico non ha prodotto nulla di tangibile, al netto di un azienda, una certa DM Group , che si inserisce all'ultimo minuto e dichiara di essere disponibile solo ad acquisire le Commesse Enel Inbound ed outbound e Wind Outbound però ad oggi nessuna convocazione abbiamo ricevuto per un eventuale tavolo.
Come può ben capire il territorio catanese non può permettersi questo ennesimo “scippo” fatto da imprenditori senza etica e moralità con l'unico obiettivo di saccheggiare non solo economicamente la nostra provincia ma soprattutto lasciando più di seicento famiglie nella più totale disperazione.
Le OO.SS. Stanno comunque spingendo affinchè si apra a livello nazionale e presso il Ministero dello Sviluppo Economico un tavolo di crisi che possa ricercare soluzioni idonee e metta in campo delle leggi a supporto dei lavoratori come la clausula sociale.
Proprio per queste ragioni le richiediamo di intervenire in merito al solo fine di scongiurare un emoraggia occupazionale in un territorio già martoriato da mala politica e malaffare e convochi subito un tavolo regionale per supportare la vertenza delle lavoratrici e dei lavoratori di Qè Call Center.
La ringraziamo anticipatamente e con l'occasione Le porgiamo Distinti Saluti
Catania lì, 19-9-2016
I Segretari Generali di Catania
SLC CGIL e Fistel Cisl
Davide Foti e Antonio Dì'Amico


16 settembre 2016

Licenziate e riassunte con meno diritti e meno soldi


di Maria Lardara
L'orario di lavoro non sarà più come prima. Lo stipendio, neanche. Figuriamoci la tutela dell'articolo 18: solo un ricordo. Per 31 lavoratrici del call center di Estra domani (venerdì 16 settembre) sarà l'ultimo giorno di lavoro. O meglio, martedì 20 torneranno alla loro postazione di microfono e cuffietta per rispondere alle chiamate degli utenti. Ma avranno un datore di lavoro diverso, un contratto diverso: non più Metamarketing ma le tre nuove società di contact center (Gepin, Wemay, One) che si sono aggiudicate la gara di Estra. Licenziate e riassunte ma con meno diritti, in barba alla "clausola sociale" normata dalla legge 11 del 2016 che nelle gare d'appalto impone al subentrante l'obbligo di riassumere il personale alle stesse condizioni contrattuali.
Nel frattempo, Estra ha deciso di tagliare il servizio per delocalizzare in Albania l'attività di outbound (commerciale). Ce n'è quanto basta per aprire lo stato di agitazione e proclamare una mattina di sciopero con l'adesione totale del personale. Centralini di Estra muti per tre ore mentre le donne radunate in Cgil agitavano un cartello con lo slogan: "La mia voce, il tuo servizio". Una voce che dall'altra parte della cornetta non risuonerà più per venti ex dipendenti di Metamarketing (che non gestiva solo il numero verde di Estra, ma anche quello di Asm, Regione Toscana, Centria Reti Gas e altre aziende private) che rimangono a casa: 13 posti in fumo perché 10 lavoratrici del gruppo "misto" (aziende private) non sono state più richiamate (tra queste tre categorie protette), altri 7 sono di personale già impiegato per il call center di Estra che non ha accettato le nuove condizioni. Come Silvia Bouyahia, che si è vista ridurre l'impegno settimanale da 40 a 20 ore con una drastica sforbiciata di stipendio, anche del 40-50% (da 1200 a 600 euro).
«Inaccettabile la proposta di un contratto al secondo livello delle telecomunicazioni a venti ore settimanali quando in Metamarketing - racconta la donna - ero inquadrata con il commercio a quaranta ore settimanali. Cinquecento euro in meno ti cambiano la vita». Secondo i calcoli della Slc-Cgil e Filcams-Cgil, nel call center di Estra si andrebbero a perdere 200 ore di lavoro settimanali a fronte delle 1095 previste quando il servizio era affidato a Metamarketing.
«La nostra prima battaglia è il ripristino del vecchio orario di lavoro - incalza Samuele Falossi della Slc-Cgil - sensibilizzando i sindaci di 15 Comuni coinvolti e soci indiretti di Estra alla difesa dei posti di lavoro. Per questo abbiamo già scritto una lettera chiamando in causa il loro ruolo all'interno di Consiag e quindi di Estra. Di fronte alla mancata applicazione della legge sulla "clausola sociale" speriamo che sia sufficiente l'azione sindacale ma non è esclusa la possibilità di fare vertenza».
Una storia che da viene lontano perché su 69 lavoratrici messi in mobilità a fine maggio da Metamarketing (sedi Firenze e Prato), 36 dovevano essere ricollocate nei nuovi tre contact center a partire dal 19 settembre. Com'è possibile che sia saltata la "clausola sociale"? «Nel mondo dei call center - spiega Falossi - si cerca di aggirare la norma mascherando le gare d'appalto con una manifestazione d'interesse. In realtà si tratta di un modo per risparmiare sulla pelle dei lavoratori e sui servizi dei cittadini».

A fronte di un taglio del monte orario del personale, da martedì potrebbero crearsi disagi per l'utenza con attese prolungate al telefono. Brucia lo spostamento dell'outbound in Albania perché, secondo il delegato Filcams-Cgil Alberto Vignoli, «invece che delocalizzare si poteva lasciare qui il lavoro per non diminuire le ore del personale del front-office».

Legge 104: continua la guerra ai furbetti, la sentenza della Cassazione

Una nuova sentenza della Cassazione autorizza il licenziamento in tronco, ovvero senza preavviso, per chi utilizza i permessi della #legge 104 per scopi personali e non per assistere il parente disabile. La legge autorizza il lavoratore che ha diritto ai benefici, ad usufruire di tre giorni al mese per assistere il familiare portatore di handicap. Ma questa autorizzazione non può essere sfruttata per nessun altro motivo, nemmeno per frequentare un corso o studiare. A sentenziarlo è stata la Cassazione, che ha respinto il ricorso di una dipendente comunale licenziata in tronco.
La Cassazione che si è espressa in merito alla Legge 104, con sentenza del 13 settembre 2016, n. 17968. Ha espressamente detto che chi mente al datore di lavoro, non può che subirne le conseguenze. Per tal motivo, chi usufruisce dei permessi per la legge 104 ma ne fa un utilizzo diverso da quello previsto dalla normativa, diventa passibile di licenziamento in tronco e si rende colpevole di truffa ai danni dell'Inps. La legge dichiara ufficialmente guerra ai furbetti della 104. Sappiamo come i giudici abbiano autorizzato le aziende anche all'assunzione di investigatori privati per la verifica dei vari casi dubbi, verifiche che potranno essere presentate in tribunale nei casi in cui il colpevole impugni la decisione aziendale. Il caso preso in esame è particolare, in quanto la dipendente non utilizzava il permesso per svago o per riposare, ma per studiare. Eppure il giudice è stato inflessibile. Ha mentito all'Inps e al suo datore di lavoro, per cui merita il licenziamento senza preavviso. Una sentenza che dovrebbe far riflettere anche molti dipendenti della scuola, la sezione pubblica in cui si rilevano i maggiori casi sospetti di abuso della Legge 104. La legge agevola chi ha bisogno di assistere un parente disabile, non certo chi vuole approfittare del permesso per svolgere attività diverse. Anche il #Miur ha promesso di effettuare controlli. A questo punto, è chiaro che il rischio prevede anche la perdita del posto di lavoro.


Davide Foti (Slc Cgil): Dichiarazione su call center Qè:


«La vicenda Qè è apicale nel panorama “delinquenziale” che caratterizza questo settore delle telecomunicazioni, in cui operano imprenditori del Nord che scappano dopo aver lucrato il massimo possibile. Siamo davanti ad una vicenda che riguarda seicento famiglie ed è ovvio che la tensione sociale sia altissima. Da parte nostra siamo in campo a tutela dei lavoratori, per garantire il rispetto delle leggi e la continuità lavorativa. È essenziale aprire un tavolo al Ministero dello Sviluppo economico, ma è chiaro che le istituzioni locali non devono rimanere sorde dinanzi al alla drammatica vicenda che, oggi, riguarda seicento lavoratori».

15 settembre 2016

Slc Cgil Catania: Elezione componente Segreteria Provinciale


Oggi pomeriggio è stato eletto dal Comitato Direttivo della SLC CGIL CATANIA un nuovo componente della Segreteria Provinciale. A Gianluca Patanè vanno i nostri complimenti e gli auguri sinceri per il brillante risultato ottenuto.

Slc Cgil Catania - Direttivo provinciale: Intervento di Valentina Borzì Rsu call center QE'


"In qualità di Rsu del call center Qe', partecipando al direttivo provinciale Slc Cgil, alla presenza del segretario generale Massimo Cestaro, ho esposto la grave situazione dei lavoratori del call center Qe'.
Abbiamo ricevuto la solidarietà e l'impegno del segretario generale Massimo Cestaro e di tutto il direttivo Slc Cgil che sosterranno la nostra lotta, portando la nostra vertenza ai vertici più alti delle istituzioni, in primis il Ministero dell'economia e dello Sviluppo.
Ringrazio l'importante sostegno dato da Davide Foti e Gianluca Patanè che da anni seguono la nostra azienda.
Ripongo in loro tutta la mia stima e fiducia."
Valentina Borzì
RSU Qè
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LO STRANO CASO DEL CALL CENTER QÈ
di Massimo Malerba
Prima di andare via, Valentina si è fermata nel “corridoio Enel-Wind” e ha scattato una foto sulle postazioni in cui ha lavorato per otto anni. Silenzio. Luce spettrale. E i riflessi che piovono dalla finestra sulle sedie vuote e sulle cuffie abbandonate sui tavoli.
Lì, in quella sala dedicata alle commesse di Enel e Wind, fino a ieri, era un rincorrersi di voci e suoni tipici da call center: «Recarsi in azienda dopo otto anni e assistere a questo scenario» dice Valentina. «Stentiamo a credere a quello che stiamo vivendo».
Valentina è una delle seicento persone che ieri hanno perso il lavoro nel call center Qè. E come lei Liliana, Milena, Agata, Antonio. E tanti altri. Un intero territorio, quello di Paternò, rischia di perdere la sua azienda più grande. Per questo, lentamente, la lotta dei lavoratori Qè sta diventando la lotta del paese e di un intero territorio.
Per raccontare la vicenda ci vorrebbe Agatha Cristhie. O forse Kafka. Nemmeno i lavoratori hanno ancora capito bene quello che è successo. Azienda chiusa e posti di lavoro polverizzati nel nulla. Si sa con certezza che è una classica storia di malagestione, di scatole cinesi, di debiti per milioni nei confronti dell’agenzia delle entrate e dell’Inps, di ritardati pagamenti e infine di licenziamenti (di fatto).
Tecnicamente, i lavoratori sono in sciopero ad oltranza. Ma in un’azienda che non riaprirà più.
«Una soluzione ci sarebbe» spiega Davide Foti della Slc Cgil «basterebbe applicare la clausola sociale. Il lavoro va via da Qè? le commesse passano ad altre aziende? E allora anche i lavoratori passano ad altre aziende. Nessun posto di lavoro può essere perso». Chiaro.
Ma cosa è successo? «L’imprenditore Argenterio» spiega Foti «ha accumulato 6,5 milioni di euro, per lo più tasse non pagate e conseguente evasione fiscale. Debiti per circa 700 mila euro con la Di bella Group tra affitti ed azioni. E al momento mancano versamenti contributivi per circa 400 mila euro, il pagamento di 3 mensilità per 575 lavoratori. Questo signore merita un processo e a giorni faremo partire un esposto alla procura della Repubblica. Che nessuno ci venga a proporre spezzatini o soluzioni vigliacche. Adesso chiediamo giustizia, le uniche vittime sono i lavoratori e le loro famiglie».
Esplicito. Intanto, nel gruppo Facebook che i lavoratori Qè hanno creato oggi per tenersi in contatto e dare risalto alla loro storia, scorrono i post e gli sfoghi. Come quello di Antonio che li sintetizza tutti: “Muore un pò alla volta chi si arrende. Noi non ci arrendiamo”.

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DAVIDE FOTI DA FACEBOOK:
Il territorio catanese subisce per l'ennesima volta in aggressione sociale di enormi dimensioni. La vertenza del call center Qé,azienda che eroga servizi per Enel energia e Inps, trova un epilogo drammatico dopo due tavoli tecnici in prefettura e vede coinvolti circa 600 lavoratori.
 Imprenditori poco trasparenti e senza anima condannano a morte un intero territorio catanese. Da oggi inizia una lotta dura e difficile, una lotta che dovrà portare continuità occupazionale e soprattutto una stabilità sociale. Non è il momento di piangere ma il momento di combattere con l'anima e con il cuore. Le istituzioni nazionali e regionali sono obbligate a tutelare centinaia di famiglie, ricercare soluzioni per evitare il tracollo. Vogliamo un tavolo di crisi al Ministero dello Sviluppo Economico e lo vogliamo in tempi rapidi per evitare alibi ad una committenza statale che ha l'obbligo solidale di garantire tutti i lavoratori.
 Enel ed Inps non potranno depauperare né le professionalità ne i volumi per meri scopi economici. La Cgil non permetterà l'ennesimo scippo nei confronti di un territorio gestito dalla mala politica e dal malaffare.

12 settembre 2016

Sindacati: per la valutazione del rischio fondamentale coinvolgere gli Rls

da: www.rassegna.it
"Stress lavoro correlato. Persona, organizzazione del lavoro e valutazione dei rischi": un convegno unitario di Cgil Cisl Uil che si è svolto allo spazio Mil di Sesto San Giovanni

Sala pienissima (oltre 250 partecipanti) per il convegno “Stress lavoro correlato. Persona, organizzazione del lavoro e valutazione dei rischi" organizzato da Cgil,Cisl Uil della Lombardia per oggi, lunedì 12 settembre allo Spazio Mil di Sesto S. Giovanni. Al convegno, aperto da una relazione di Paola Gilardoni, segretario regionale Cisl Lombardia, hanno partecipato Stefano Gheno, docente di Psicologia delle risorse umane università Cattolica del Sacro Cuore, Raffaele Latocca, coordinatore del Laboratorio Regionale Stress Lavoro Correlato, Tommaso Russo che ha sostituito Giulio Gallera, assessore al Welfare Regione Lombardia assente per un impegno istituzionale, Maria Rosaria Spagnuolo, responsabile area Salute sicurezza sul lavoro di Assolombarda, Antonio Traficante, direttore Inail Lombardia, Angelo Urso, segretario regionale Uil Lombardia, Massimo Balzarini, segretario regionale Cgil Lombardia. E' quanto si apprende dal resoconto degli stessi sindacati.
Ha tenuto la relazione introduttiva Paola Gilardoni, segretario regionale Cisl, che ha messo in luce il forte impegno unitario del sindacato in Lombardia su salute e sicurezza, per la piena applicazione delle normative in materia e per la formazione permanente delle lavoratrici e dei lavoratori. Gilardoni ha sottolineato come le forme e le modalità del lavoro siano sollecitate da profonde trasformazioni, come il contesto sociale sia sempre più complesso. E dunque il processo di valutazione del rischio stress lavoro correlato è un'attività complessa e dinamica, che richiede l'assunzione di un modello partecipativo. In quest'ottica, il rappresentante per la sicurezza assume una funzione fondamentale, strategica. E' una risorsa preziosa per tutto il processo valutativo dei rischi, e del rischio stress lavoro correlato. Non solo. Aiuta ad accompagnare la gestione di piani di intervento per l'eliminazione o riduzione dei rischi e più in generale per la promozione del benessere dei lavoratori. L'investimento in prevenzione richiede strategia, programmazione pianificazione dei molteplici interventi. Le linee guida relativamente al coinvolgimento del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nella valutazione della gestione dello stress lavoro correlato approvate lo scorso mese di luglio devono quindi rientrare in un sistema di prevenzione e gestione della sicurezza in azienda.
Il prof. Stefano Gheno, docente dell'università Cattolica di Milano, è intervenuto spiegando il titolo della sua relazione "Sentinelle: a che punto è la notte?", per arrivare alla conclusione che sullo stress lavoro-correlato siamo in piena notte. Non si interviene adeguatamente, si fa fatica ad accettare che qualcosa che si prova a livello psicologico possa avere un'influenza reale sul fisico e sull'attività lavorativa, troppo spesso non ci si crede. Bisogna cambiare il paradigma, passare da obbligo a partnership, sottolineando le grandi responsabilità dei medici del lavoro e anche degli psicologi del lavoro.
Raffaele Latocca, in qualità di medico del lavoro, ha spiegato come crescono le cause dello stress, spesso legate all'intensificazione del lavoro, all'invecchiamento della popolazione, allo sviluppo delle malattie professionali e ad altri fattori che cambiano il paradigma della patologia. La valutazione non può essere meccanicistica e implica tempi di conoscenza lunghi. Un ruolo fondamentale è quello dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Vanno consultati per contribuire non a prendere decisioni ma ad orientarle. Dopo la proiezione di alcune interessanti video interviste, realizzate da Marta Valota con i Rls, Angelo Urso della segreteria della Uil Lombardia ha aperto la tavola rotonda dando la parola alla dottoressa Maria Rosaria Spagnuolo di Assolombarda, che ha sottolineato oltre che la positività della legge e delle linee guida nazionali, che vanno applicate, anche l'importanza del lavoro svolto in partnership, intorno a un tavolo che ha lavorato a lungo e seriamente con il coinvolgimento di tutti i soggetti, per la stesura del documento della Commissione consultiva regionale. Dobbiamo sperimentarci su cose nuove, il tema dell'invecchiamento, la valutazione di genere, ha aggiunto Spagnuolo, ma la cosa che conta di più è l'esperienza di chi vive in azienda.
Il Presidente Inail Lombardia, Antonio Traficante, nel ricordare il ruolo dell'istituto nella prevenzione, ha evidenziato anche le criticità del metodo Inail, che però è stato utile a fornire strumenti di ricerca e di intervento cui hanno concorso tutti i soggetti coinvolti, Rls compresi, il cui coinvolgimento deve essere alla base della valutazione del rischio, come ha chiarito il documento regionale. I nostri dati ci dicono, ha aggiunto, che le aziende che hanno adottato modelli organizzativi che tengono conto dello stress lavoro correlato, hanno tratto senz'altro giovamento nell'organizzazione del lavoro e in termini di benessere per i lavoratori, ma anche sul piano delle ricadute economiche.
Il dott. Tommaso Russo, intervenuto a nome di Regione Lombardia in sostituzione dell'assessore Gallera, ha definito il decreto “una normativa che dà fiducia e per com'è stato pensato avvicina al cittadino”. Un'attenzione particolare l'ha dedicata al lavoro pubblico, un settore di grande complessità, sottolineando il ruolo di controllo e di verifica che spetta alla politica.
Concludendo i lavori, Massimo Balzarini della segreteria della Cgil Lombardia ha ringraziato chi ha partecipato all'incontro, sottolineando che c’è stato un lungo lavoro comune di preparazione, in partnership, fin dalla definizione del piano quadriennale. Un percorso che si sta facendo in Lombardia valorizzando un lavoro congiunto che deve essere sostenuto anche a livello territoriale, attraverso la formazione che è decisiva. Il rischio stress lavoro correlato è questione complessa e si sono dovute aspettare le linee guida europee prima e l'accordo del 2010 poi, che hanno definito l'obbligo alla valutazione. Siamo però ancora a dover discutere del coinvolgimento dei Rls: facciamolo in fretta, cambiamo paradigma. Oggi ci sono ulteriori fattori che complicano le cose; sull'invecchiamento della popolazione ha sottolineato che bisognerebbe facilitare l'uscita delle persone tenendo però conto del bagaglio di competenze di cui sono portatrici e che rischia di andare disperso. Valorizzare poi le capacità e le competenze delle donne, considerando che la valutazione dei rischi è spesso calibrata sugli uomini. Si sono modificati tempi e modi di lavoro, coi cellulari lo spazio si estende, si è sempre in connessione, bisogna approfondire questioni come queste. Qual è il legame tra stress lavoro correlato e violenza di genere, si è poi chiesto Massimo Balzarini.

L'Inail ci sta lavorando, dovremo farlo anche come parti sociali. Chiedendosi infine a che punto siamo con la valutazione dei rischi, ha ricordato che lo stress lavoro correlato è solo un punto di partenza, ma apre uno spaccato su tante questioni ad esso legate. Cosa fare? Non siamo all'anno zero, dobbiamo partire dalle indagini fatte, le linee guida che escono oggi vanno fatte vivere nei luoghi di lavoro, magari facendo formazione congiunta anche con le parti datoriali. Abbiamo avviato come organizzazioni sindacali dei progetti per partecipare al bando Inail, cogliamo l'occasione per rafforzare il lavoro comune che già si sta facendo. La prevenzione rispetto alla stato di salute della persona, oltre che del lavoratore deve diventare sempre più centrale.

08 settembre 2016

Ordine del giorno su referendum costituzionale approvato dall’assemblea generale Cgil.

Assemblea Generale Cgil Nazionale
Roma 7 – 8 settembre 2016
ORDINE DEL GIORNO
La CGIL è partita da una discussione tutta di merito delle modifiche costituzionali, proposte volute dal Governo, approvate dal Parlamento e che saranno sottoposte al Referendum costituzionale, non volendo essere rinchiusa in una logica di schieramento o pregiudiziale. In tal senso andava l'ordine del giorno approvato dal Direttivo nazionale della CGIL il 24 maggio scorso. In questi mesi, a partire da quell'ordine del giorno, abbiamo organizzato centinaia di iniziative di confronto e approfondimento che hanno riscontrato anche posizioni diverse ma un consenso nei confronti dei giudizi espressi dalla Cgil. Per la nostra organizzazione, infatti, l’auspicabile obiettivo di superare il bicameralismo perfetto, che anche la CGIL richiede da tempo, istituendo una seconda camera rappresentativa delle Regioni e delle Autonomie locali, e di correggere le criticit  della riforma del 2001, si è tradotto in un'eccessiva centralizzazione dei poteri allo Stato e al Governo.
Il nuovo Senato, per composizione e funzioni, avr  difficolt  a svolgere l'auspicato e necessario ruolo di luogo istituzionale di coordinamento fra Regioni e Stato, essenziale a conciliare le esigenze di decentramento con quelle unitarie.
Al Senato, infatti, non è attribuita congrua facolt  legislativa in tutte le materie che hanno ricadute sulle istituzioni territoriali e la sua stessa composizione non garantisce l'adeguata rappresentanza e rappresentativit  di Regioni e autonomie.
Pur condividendo l'intenzione di cambiare l'equilibrio dei poteri tra Regioni e Stato, definito dalla modifica costituzionale del titolo V nel 2001, l'esito finale è sbagliato: si passa da un eccesso di materie concorrenti ad una riduzione drastica della facolt  legislativa autonoma delle Regioni.
La previsione, inoltre, che sia lo Stato a dettare le “disposizioni generali e comuni” su molte materie cruciali, potrebbe tradursi in una omologazione normativa, non necessariamente in positivo, che non lascia spazio a processi di innovazione e sperimentazione che possono scaturire da un sistema plurale e che meglio possono rispondere alle esigenze del singolo territorio.
La possibilit , poi, per il Governo di attivare una corsia preferenziale, per i provvedimenti ritenuti essenziali per l'attuazione del programma, in assenza di limiti quantitativi e qualitativi (salvo l'esclusione di alcune materie), attribuisce al Governo un eccesso di potere in materia legislativa compensato solo parzialmente
dall'introduzione di limitazioni alla decretazione d'urgenza e dalla previsione della determinazione di “diritti per le minoranze” e di uno “statuto delle opposizioni”, la cui definizione, però, è rinviata, senza alcuna certezza, al Regolamento della Camera stessa. Tale eccesso di potere non trova compensazione nelle disposizioni relative agli altri livelli istituzionali la cui capacit  di incidere nel procedimento legislativo è limitata, n  nella partecipazione diretta dei cittadini n  in quella delle formazioni sociali.
La semplificazione del procedimento legislativo che si voleva ottenere, con il superamento del bicameralismo perfetto, è vanificata dalla moltiplicazione dei procedimenti previsti a seconda della natura del provvedimento in esame. Una moltiplicazione che richieder  il consolidamento di una prassi e rischia di rendere lo stesso iter delle leggi oggetto di contenzioso davanti la Corte costituzionale.
I nuovi criteri, infine, per l’elezione degli organi di garanzia – Presidente della Repubblica, Giudici della Corte costituzionale di nomina parlamentare, componenti laici del CSM – rischiano di essere subordinati alla legge elettorale, facendo così venir meno la certezza del bilanciamento dei poteri di cui la Costituzione deve essere garante, con la possibilit  di determinare un restringimento del pluralismo e della rappresentanza delle minoranze. La CGIL, dunque, valuta la modifica costituzionale da una parte un’occasione persa per introdurre quei necessari cambiamenti atti a semplificare, rafforzandole, le istituzioni. E, dall’altra, giudica negativamente quanto disposto da tale modifica perch  introduce, senza migliorare la governabilit  n  il processo democratico, un rischio evidente di concentrazione dei poteri e delle decisioni: dal Parlamento al Governo, dalle Regioni allo Stato centrale. Ferma restando la libert  di posizioni individuali diverse di iscritti e dirigenti, trattandosi di questioni costituzionali, dopo questi mesi di discussione sul merito della riforma, l’Assemblea generale della CGIL invita a votare NO in occasione del prossimo Referendum costituzionale.
L’Assemblea generale impegna tutte le strutture a diffondere queste valutazioni.

La CGIL e tutte le sue Strutture, nel preservare la propria autonomia, non aderiscono ad alcun Comitato e considerano, come sempre, fondamentale la partecipazione al voto e sono impegnate a promuoverla e favorirla tra le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, i giovani e i cittadini tutti.

05 settembre 2016

CGIL: AZZOLA NUOVO SEGRETARIO CGIL ROMA E LAZIO. AUGURI E RINGRAZIAMENTI DA SLC CGIL


Michele Azzola è stato eletto oggi Segretario Generale della Cgil di Roma e del Lazio, dopo quattro intensi anni come segretario nazionale Slc Cgil, durante i quali ha affrontatoil pesante periodo delle ristrutturazioni delle aziende delle TLC e della crisi dei call center, conseguendo risultati importanti e duraturi, sia sul versante dei contratti che dei processi regolatori normativi e di Authority.
Inizia l’attività sindacale, giovanissimo, come rappresentante aziendale della Cgil Trasporti nel Friuli Venezia Giulia, dove è nato, per poi giungere alla Filt Cgil nazionale, dove viene eletto segretario nazionale nel 2009. Nel 2012 entra nella Segreteria Nazionale di Slc Cgil, dove gli viene assegnata la delega alle telecomunicazioni.
A Michele giungono un sentito ringraziamento per il lavoro svolto in Slc e i più affettuosi auguri per il nuovo incarico dalla segreteria nazionale e da tutte le strutture territoriali.
Roma, 5 settembre 2016

La Segreteria Nazionale di SLC-CGIL

Cassazione: sì agli 007 per scoprire se la malattia del lavoratore è vera


di Valeria Zeppilli – Per la Cassazione la malattia del lavoratore non sempre può essere validamente attestata da un certificato medico: se da elementi oggettivi emerge che la patologia è inesisente, tale certificato perde di valore.
I giudici di legittimità sono tornati su tale delicata questione con la sentenza numero 17113 depositata il 16 agosto 2016 e qui sotto allegata, chiarendo che i datori di lavoro possono contestare i certificati sanitari prodotti dai lavoratori e che possono farlo non solo con accertamenti medici contrari ma anche basandosi su elementi di fatto.
Nel caso di specie, la controversia era sorta a seguito di licenziamento comminato a un dipendente da un'azienda in ragione di una "simulazione fraudolenta dello stato di malattia", testimoniata dal compimento, da parte del lavoratore stesso, di numerose azioni e movimenti incompatibili con la dichiarata lombalgia.
Per la Corte, però, sotto tale aspetto non c'è nulla da contestare: la certificazione, infatti, perde di credibilità se sussistono elementi di fatto idonei a dimostrare che la malattia non esiste o, comunque, che essa non è in contrasto con il regolare svolgimento della prestazione lavorativa.
Con l'occasione i giudici hanno ribadito che i datori di lavoro possono legittimamente investigare, anche attraverso apposite agenzie, sulle condotte dei propri lavoratori estranee allo svolgimento dell'attività lavorativa se c'è il sospetto che tali condotte possano influenzare in maniera negativa l'adempimento della prestazione dedotta in contratto.
Pedinare il dipendente assente per malattia è possibile anche se la commissione di atti illeciti o comunque irregolari è solo sospettata.
Le agenzie, in ogni caso, operano lecitamente esclusivamente se non sconfinano nella vigilanza dell'attività lavorativa vera e propria, che l'articolo 3 dello Statuto dei lavoratori riserva direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori.
Su questi presupposti, insomma, il controllo del lavoratore mediante "007" per accertare l'effettività di una malattia (giustificato anche solo dal sospetto) non è ostacolato né dal principio di buona fede né dal divieto di cui all'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, dato che il datore di lavoro può decidere autonomamente quando e come compiere i controlli anche occulti e dato che il prestatore d'opera deve operare diligentemente per tutto il rapporto di lavoro.



Cellulare aziendale per fini privati


L’utilizzo del cellulare aziendale per fini privati è oggetto di ricorrenti dispute tra datore di lavoro e dipendente. E, pur ammettendo che questo è un comportamento “irregolare”, i giudici hanno più volte cercato di attenuare delle posizioni spesso molto rigide da parte dei datori di lavoro, che fanno dell’uso del cellulare aziendale per fini personali un elemento di giusta causa nel licenziamento.
In realtà, non sempre è così. La stessa Cassazione, anche in tempi recenti, ha infatti affermato che il licenziamento è legittimo per l’uso del cellulare aziendale per fini personali, ma a volte è “eccessivo”. In altri termini, l’uso sporadico del cellulare per chiamate personali è pur sempre contestabile e sanzionabile, ma il licenziamento appare essere una “pena” troppo grave (lo stesso dicasi, naturalmente, per l’invio degli sms).
- Sentenza Cassazione sul cellulare per motivi privati -
Ebbene, recentemente, con la sentenza n. 17108 del 18 agosto 2016, la Corte di Cassazione ha contribuito ad arricchire il novero delle pronunce giurisprudenziali sul tema, ricordando che l’utilizzo eccessivo del telefonino aziendale per scopi personali può effettivamente comportare il licenziamento per giusta causa. Tuttavia, la Suprema Corte ha anche ricordato che prima di poter procedere con una simile azione di “espulsione” del dipendente, il datore di lavoro ha l’obbligo di fornire la prova del comportamento illegittimo, che non può basarsi solamente nel dimostrare che una lunga serie di chiamate è avvenuta in orari e in giorni non lavorativi: è invece fondamentale e necessario produrre i tabulati telefonici, dopo averli richiesti alla compagnia telefonica.
In altri termini, l’onere della prova deve ricadere sempre sul datore di lavoro, e mai sul dipendente. Pertanto, se l’azienda licenzia il proprio dipendente senza produrre tali tabulati, e il dipendente impugna il licenziamento disciplinare, spetterà poi all’azienda dimostrare il fondamento delle contestazioni attraverso la fornitura dei tabulati telefonici, con l’elenco delle chiamate in uscita.

02 settembre 2016

Tlc: arrivo Iliad preoccupa soprattutto Telecom Italia, guerra sui prezzi peserebbe sull'ebitda

E' arrivato ieri il via libera della Commissione Europea alla fusione tra 3 Italia e Wind. L'operazione è subordinata alla cessione di attività in misura sufficiente a consentire l'ingresso sul mercato di un nuovo operatore, la francese Iliad. New entry che potrebbe alterare gli attuali equilibri sul mercato italiano della telefonia mobile considerando soprattutto la politica aggressiva sui prezzi dell'operatore francese.

Il rischio per gli attuali operatori, in particolare Telecom Italia e Vodafone, è la possibile riduzione dei  ricavi per cliente e di conseguenza una minore marginalità. Ieri l'amministratore delegato di Telecom Italia, Flavio Cattaneo, ha commentato l'ok dell'UE alla fusione 3-Wind come una buona notizia con Tim pronta a fronteggiare la concorrenza di Iliad grazie alla qualità della sua offerta.

Gli analisti si interrogano sulle possibili ricadute su Telecom Italia. Secondo Barclays un calo di 1 euro dell'Arpu mobile retail significherebbe per Vodafone una flessione dello 0,6% dei ricavi, mentre per Telecom Italia l'impatto sarebbe negativo dell'1,6%. Ogni riduzione addizionale di 1 euro costerebbe un ulteriore 0,5% per Vodafone e 1,5% per Telecom Italia. "Assumendo un margine del 100%, l'impatto sarebbe maggiore a livello di ebitda", ammonisce Barclays ipotizzando una flessione dell'ebitda nell'ordine dell'1,8% (Vodafone) e del 3,8% (Telecom) in caso di diminuzione di 1 euro dell'Arpu mobile retail. Ogni riduzione addizionale di 1 euro costerebbe rispettivamente un ulteriore -2% e -4%. Ipotizzando che Iliad raggiunga una quota di mercato del 6% abbinata a un calo dell'Arpu del 3%, l'impatto sui conti di Vodafone sarebbe di un -0,5% sui ricavi del gruppo, mentre per Telecom Italia l'impatto è sostanzialmente triplo (-1,6%). A livello di ebitda il contraccolpo sarebbe di -1,6% per Vodafone e -3,8% per Telecom Italia. 
Barclays ha rating underweight su Telecom Italia, mentre su Vodafone la raccomandazione è overweight.

Chi è Iliad, il nuovo operatore telefonico nazionale

Iliad sta scaldando i motori per diventare il quarto operatore telefonico italiano. La compagnia francese, fondata dall’imprenditore Xavier Niel e proprietaria di Free Mobile, che ha scombussolato il mercato d’oltralpe con le sue offerte low cost, è pronta a sbarcare nella penisola. Con l’obiettivo di raggiungere il breakeven con meno del 10% della quota di mercato. Ad aprire le porte a Iliad è il via libera dell’Unione europea alla joint venture tra Wind e H3G, che hanno ceduto proprio a Iliad una serie di asset per permetterle di diventare il quarto operatore italiano che la fusione cancellerebbe e riequilibrare così, agli occhi di Bruxelles, la concorrenza nel mercato telefonico.

Come si legge nella relazione semestrale della società, partita nel 1996, l’Italia è “un mercato attrattivo” e, di conseguenza, quella che si prospetta “un’opportunità unica”. Lo Stivale, quarto mercato europeo per ricavi da servizi mobile nel 2015, pari a 12,8 miliardi di euro, e ottava economia mondiale con un mercato delle telecomunicazioni che vale 30 miliardi, offre per Iliad spazi nel 4G.

“Molti operatori italiani hanno una buona copertura 4G (oltre il 90%) – si legge nella presentazione dell’amministratore delegato, Maxime Lombardini – ma una proporzione molto bassa di abbonati 4G: il 19% per Tim contro il 33% della media delle nazioni europee occidentali (a fine 2015)”. Iliad, perciò, sta già studiando una strategia di attacco aggressiva, sul modello delle tariffe low cost della sua Free.

La relazione della compagnia francese evidenzia che in Italia “un piano dati 4G a 20 GB per smartphone in media costa 40 euro al mese, mentre in Francia Free offre 50 GB a 19,99 euro al mese”. Anche se, dallo stesso documento, emerge che i 4,7 milioni di clienti 4G che Free ha oltralpe in media usano 3,9 giga al mese, sebbene quasi raddoppiati rispetto ai 2,2 giga del primo semestre dello scorso anno.

Nel complesso, il gruppo ha 6,3 milioni di clienti nel segmento banda ultralarga, con una quota di mercato del 24%, e 12,1 milioni di abbonati al mobile, dove Free detiene una fetta del 17%. Nei primi sei mesi dell’anno l’azienda ha guadagnato 2,3 miliardi di euro, con un margine operativo lordo di 800 milioni di euro, e 1,5 miliardi ha investito nell’accordo per rilevare da Vimpelcom e Hutchinson, che a loro volta detengono Wind e H3G, asset in Italia.

Sono le infrastrutture che serviranno a Iliad per avviare le attività nel Belpaese, mentre costruisce una rete propria: nello specifico, frequenze mobili (35 MHz nelle bande 900 MHz, 1.800 MHz, 2.100 MHz e 2.600 MHz), che saranno rilasciate gradualmente fino al 2019; basi per stazioni mobili, con cui coprire circa il 75% della popolazione, e una condivisione di rete per il restante 25%; accesso alle reti 2G, 3G, 4G e alle nuove tecnologie. Solo per le frequenze Iliad, che ha 2,3 miliardi di euro di cassa e ha aumentato dell’11,5% il margine operativo lordo nel semestre, ha speso 450 milioni di euro.


Papà del gruppo è Xavier Niel, imprenditore che conosce l’Italia della telefonia perché fino a un mese fa era azionista di Telecom, prima di vendere i titoli in portafoglio per poter rientrare nel Belpaese indossando il vestito di concorrente dell’ex monopolista di Stato. Fondatore di una compagnia di minitel nel 1986, a 19 anni, per le chat erotiche, Niel ha quote nel quotidiano francese Le Monde ed è proprietario di parte dei diritti della canzone My Way. Nel 2012 con Free, nata nel 1999, è sceso nell’arena della telefonia mobile, offrendo tariffe anche a 2 euro al mese.